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Una goccia di zucchero dal sangue

un romanzo di Danilo Pennone

Inquadramento dell’opera

Una goccia di zucchero dal sangue è una detective story che intreccia le tappe dell’indagine vera e propria alla squadernata vicenda umana di un commissario siciliano trasferito nella capitale. L’omicidio di una giovane straniera da lui segretamente frequentata, uccisa sotto un torrido sole d’agosto nei campi dell’Appia antica, coinvolge il vissuto di questo cinquantenne vedovo e diabetico – un padre malato a carico e un amore intrusivo per l’unica figlia – portandolo a un’imprevedibile scoperta.

Il doppio binario su cui poggia la trama, indagine e vita privata, assicura al romanzo un buon ritmo e un’ottima coesione interna, la cui tenuta di lettura è favorita da uno stile pulito e referenziale, adatto al realismo del tema, e dal concentrarsi dell’intera storia nello spazio di pochi giorni. L’efficace costruzione dell’esca narrativa trascina il lettore fino alle ultimissime pagine in un costante e minuzioso depistaggio che maschera l’assassino.

“Si respira al solito aria di morte là attorno. È quell’odore di cadavere che ogni commissario conosce bene. Di morte e di medicinali sopra i corpi freddi e i corpi freddati, chiusi nella cella frigorifera di un obitorio.”

Il testo richiama una certa tradizione del noir, in cui l’interesse non volge tanto alla ricerca del criminale, quanto alla descrizione psicologica dei personaggi, soprattutto del protagonista. La sua propensione agli abusi di potere, condita da un leggero sadismo, razzismo e conservatorismo, una vita sessuale clandestina, l’alcolica tendenza autodistruttiva e i modi che lo avvicinano più alle sue frequentazioni “professionali” che all’onesto cittadino, evocano una certa ambiguità morale, ancorché lo si voglia giustificare per la difficile condizione di salute fisica ed esistenziale, o compatire per la nobile aspirazione fallita di diventare un musicista. L’ambiente è quello romano, fra il quartiere San Lorenzo, la periferia agreste della capitale e la quiete dei Castelli. Così, sullo sfondo delle indagini, oltre al dispersivo e conflittuale contenitore multietnico che è Roma, emergono con naturalezza anche alcuni temi attuali legati più in generale alla realtà italiana.

Il romanzo offre un’ampia galleria di personaggi secondari, ognuno portatore di caratteristiche e ruoli: gli sfaticati superiori e i vice inesperti del commissario, l’amico medico legale sempre disponibile per favori ufficiosi, il delinquente che entra ed esce di galera, il capro espiatorio impersonato da un innocuo insegnante, e una serie di figure minori ma altrettanto ben studiate.

“Ogni volta che vede un cadavere, gli viene voglia di bere. È per sciacquarsi le budella dallo schifo che sente di dover digerire in tali occasioni. Stavolta, però, il fattaccio riguarda una ragazzina cui lo sceriffo è deciso a dedicare più premure del solito.”

Sinossi

Il rapporto sull’omicidio di una prostituta ventenne straniera, trovata esangue nei campi dell’Appia antica, finisce sul tavolo del commissario Ventura, uno dei pochi che in questo preludio ferragostano non è in ferie, o chiuso in casa a guardare le Olimpiadi cinesi. Sua figlia Anna è appena tornata dalla vacanza all’estero col ragazzo, mentre il suo vecchio, malato di tumore, è rimasto a casa con la badante romena. Tutta qui la famiglia di Mario Ventura: arrivato a Marino fresco di laurea dalle macerie catanesi di un’origine benestante, e ora vedovo, diabetico, recidivo del sigaro e della bottiglia, poliziotto nella soffocante vita vera, compositore di un quartetto nelle pause beate dalle responsabilità lavorative e familiari.

Di pause, però, in questa storia, ce ne sono poche, perché il cadavere, che giace nel reparto del professor Catapano all’obitorio di Roma, esige di vedere marcire al più presto il responsabile in galera. La città offre a Ventura anche lo spunto per vedersi con la figlia, studentessa fuorisede, e riconciliarsi dopo la lite avuta prima della sua partenza per la Spagna. Con la morte della madre, tra loro si è sviluppato un intenso legame protettivo e contraddittorio, per cui entrambi s’interessano ai problemi dell’altro difendendosi però dalle reciproche intrusioni nel privato: il commissario la tiene fuori dal ricovero del nonno in un ospizio e dalle sporadiche scappatelle amorose, mentre lei non gli permette di intervenire sul fidanzato Sebastiano, autore dei lividi che ha sulla faccia. In fondo, padre e figlia sono tali e quali.

Nel frattempo, tra sopralluoghi, false piste, esami di laboratorio, e scoperte casuali, le indagini inconcludenti portano Ventura solo a sfogarsi minacciando due venditori di kebab, perquisendo approfonditamente un’avvenente dottoressa, che prima aveva negato al padre la degenza al pronto soccorso, ma anche visitando l’amico don Pablo nella chiesa di Sant’Apollinare, per rilassarsi davanti alla cripta romana del suo compositore preferito. E se, col passare dei giorni e delle notti insonni, il commissario è diventato sempre più irascibile non riuscendo a imputare il fatto a quell’avanzo di galera del “Ruvido”, né a uno dei tanti odiosi immigrati, stavolta lo schivo insegnante Galileo De Bra sembra l’uomo giusto: sul luogo del delitto hanno rinvenuto un suo tesserino, e il suo domicilio corrisponde all’indirizzo trovato addosso alla vittima. Peccato che De Bra sia sparito e, con la scuola chiusa e la reticenza dei suoi condomini, nemmeno un coma iperglicemico serve a distrarre Ventura dal ricordo della vittima che frequentava: era stato con lei pure il giorno dell’omicidio, lasciando delle tracce rinvenute ora dai suoi vice. Perciò, dopo qualche minaccia nei bassifondi per assicurarsi di uscirne pulito, nell’attesa di De Bra, il commissario prova a incastrare anche il ragazzo di sua figlia dimostrando che la picchia, nell’attesa di una conclusione che si rivelerà sconcertante…

Lo Stile

La voce narrante esterna, poggiando sulla forma pulita, misuratamente cruda e per lo più cronachistica della prosa, favorisce la fluidità del testo, adattando il racconto dei fatti al tempo presente, secondo l’ottica del protagonista. La scelta di una narrazione oggettiva, oltre che sostenere la vocazione realistica dell’opera, permette anche liberi e saltuari spostamenti di scena su eventi cui il commissario non partecipa, come quelli vissuti dal De Bra. Lo stile referenziale non manca poi di variare, per necessità di contenuto, dai registri propriamente tecnici dei rapporti di polizia alle inflessioni dialettali del protagonista, che contribuiscono ulteriormente a tracciarne il profilo. La vivacità del testo, oltre che da queste incursioni della scrittura, e dai movimenti musicali che danno il titolo a tutti i capitoli del romanzo, si avvale del sostegno di dialoghi ben dosati e verosimili

Potenzialità

Una goccia di zucchero dal sangue è sicuramente un testo che risulta ben costruito e in grado di offrire una lettura piacevole e godibile, grazie alla sua capacità di alternare abilmente il filone detective alla dimensione privata del protagonista. Per questi motivi, e per il suo collocarsi in un preciso orizzonte di genere, soddisfacendone le attese senza rinunciare a soluzioni diverse in momenti decisivi, il testo può contare su un pubblico di appassionati quanto di neofiti che, se per tutta la storia verranno guidati dal controverso e magnetico commissario, si sorprenderanno insieme a lui per i risvolti finali di questo romanzo avvincente.

Nota biografica dell'autore

Danilo Pennone è nato a Roma, dove vive e insegna. Le sue prime pubblicazioni risalgono alla fine degli anni Ottanta con saggi sulla mitologia celtica. Ha esordito nella narrativa nel 2008 con il romanzo Confessioni di una mente criminale, pubblicato dalla Newton Compton, da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, per la regia di Marcello Cotugno, rappresentato tra l’altro al Todi Arte Festival 2009, con la direzione artistica di Maurizio Costanzo, e nelle carceri romane di Regina Coeli e Rebibbia, con il patrocinio del Garante dei Diritti dei Detenuti del Lazio.

È del 1997 il suo primo racconto, Diversivo coniugale, apparso sulla rivista “Storie”. Ha lavorato come assistente alla cattedra di Storia del Cinema presso l’Università “La Sapienza” di Roma.

Tra le sue pubblicazioni citiamo: La semiosi dello specchio e il suo uso simbolico nel cinema americano (2006); Il cibo e la fame nel cinema picaresco di Sergio Citti (2008); Cinema spagnolo e Cinema portoghese in “Cineuropa. Storia del cinema europeo” (2009).

Per la Stile Regina Editrice ha scritto il volume I Celti, miti e leggende uscito nel 1990. Lo stesso argomento è stato oggetto di saggi presentati su riviste specializzate, ricordiamo tra gli altri: Il ritorno di Finn Mac Cool (1989); I druidi d’Irlanda (1990); Le fate irlandesi (1990); Flann O’Brien: uno scrittore fra eccentricità e sperimentazione (2007).

Autore musicale e teatrale, ha collaborato alla realizzazione di tre CD per l’etichetta indipendente Interbeat, e ha lavorato alle musiche e ai testi della commedia Era l’estate dell’amore e dello spettacolo teatrale Un, deux, trois… Pam, Ham!, messi in scena, rispettivamente, nel 2007 e 2012 a Roma.

Estratto